RIEPILOGO DI VIAGGIO: L’incontro con José e l’avventura per giungere a Panama

Anche se sono passate solo poche settimane dall’ultima volta che ho aggiornato questo blog, di cose ne sono successe tante. A fatica riuscirò quindi a riassumere tutto quello che è accaduto, pero ci proverò con piacere ed emozione.

Innanzi tutto voglio sottolineare il fatto che questo ultimo periodo trascorso senza telefono ne computer é stato tra i più particolari ed interessanti di tutta la mia vita. Immersa completamente nell’atmosfera dell’avventura e della riconnessione con la madre terra ho imparato ad approfittare di tutto quello di cui oggi non riesco più a usufruire, primo fra tutto il tempo e la magia di quest’ultimo. Per questo cercherò di continuare ad usare la tecnologia il meno possibile, almeno nei luoghi dov’è più fattibile, come qui in Colombia per esempio, dove la gente sembra vivere la vita che svolgevamo noi occidentali anni fa. Che piacere constatare che in qualche parte del mondo ci sono ancora bambini degni di tale nome che godono di una infanzia fatta di giochi in strada e di racconti attorno ad un fuoco prima di andare a dormire. Credo che se si potesse restaurare questa abitudine anche nei paesi più ricchi attuali, allora il mondo sarebbe migliore.

Tornando al mio diario di viaggio, l’incontro con Jose’ merita sicuramente attenzione. Dirigendomi da Bogotá verso la Costa Nord della Colombia, mi trovavo a Santa Marta quando mi sono imbattuta in un ragazzo indigeno che stava lavorando con la sua arte in strada. Questo incontro ha segnato il mio cammino fin da subito: in ogni viaggio ho la fortuna di incontrare qualche persona speciale e credo che lui meriti un posto privilegiato nella lista di queste ultime. Ritengo infatti che si tratti di una di quelle persone che tutti dovrebbero avere la fortuna di conoscere almeno una volta nella vita. Io lo incontrai per caso (o forse no) una sera qualunque mentre stavo curiosando tra le bancarelle di un lungo mare e i miei occhi vennero catturati da alcune pietre. Cominciai a conversare con il venditore e non impiegai troppo tempo per capire che in qualche modo avrei dovuto conoscerlo più a fondo. Cosi tornai il giorno seguente e senza capire come non me ne andai più. Rimasi con lui per circa tre settimane imparando due tipi di arti: la prima, quella del macramè e la seconda, quella del saper “vivere e lavorare in strada”. Tra le tante qualità, quella che mi ha trasmesso questa persona c’è stata anche la voglia di aiutare gli altri improntando la vita sullo stretto indispensabile.

Meglio una esistenza povera di materiali ma ricca d’amore che una stracolma di averi ma fondamentalmente priva di felicità

Seguendo questa linea di pensiero José viaggia nel mondo da 12 anni lavorando in strada con la sua arte. Quello che lo contraddistingue è sicuramente il fatto di svolgere una vita priva di eccessi, perché a parte i soldi per il sostentamento, tutto il ricavato giornaliero lo investe per progetti umanitari atti a migliorare il pianeta e la sua Colombia.

Credo che se ci fossero più Jose’ in questo mondo, gran parte dei problemi odierni svanirebbero”

Ho avuto l’opportunità di partecipare ed osservare quello che José fa concretamente per gli altri in un giorno di gennaio a Palomino. Stavamo viaggiando insieme, lungo la costa della Colombia quando una mattina svegliandosi mi disse: “oggi ti insegno a fare del turismo ecologico”. Fu’ così che mi ritrovai a camminare insieme a lui nella selva con due sacchi pieni di materiale utile per la sopravvivenza della gente nativa. L’obiettivo era quello di inoltrarci nella Sierra Nevada, trovare un insediamento indigeno, offrigli cib o e materiale, e ripulire tutta la zona dalla contaminazione provocata dall’inquinamento plastico lasciato dai turisti visitatori. Ci incamminammo la mattina, il sole non era per niente sopportabile ma José non faceva una piega. Camminammo per circa 4 ore, seguendo il letto del fiume per rinfrescarci. Ne io ne lui avevamo la più pallida idea di dove fossimo, ne tanto meno se saremmo riusciti a trovare la via giusta che ci avrebbe condotti al popolo indigeno. Nonostante questa incertitudine mi fidai cecamente di José quindi continuai a camminare sotto il sole cocente senza farmi prendere troppo dall’ansia. Dopo qualche ora i nostri occhi scorsero finalmente qualche piccola capanna e infine il popolo: eravamo arrivati. Demmo tutto il materiale al capo tribù e passammo le ore seguenti a raccogliere l’inquinamento plastico insidiatosi negli anni nei pressi del villaggio.

José definì questa giornata “turismo ecologico”, io la chiamo “scuola di vita

Il tempo trascorso con Jose’ è stato prezioso ma breve, infatti dopo solo 3 settimane fui costretta a salutarlo perché egli partì per l’Europa. Che ironia della sorte: una europea in Colombia e un colombiano in Europa. Insomma, ci scambiammo di posto! Trascorsi i giorni seguenti un po’ triste perché sentivo che avevo ancora tanto da apprendere e non volevo accettare il fatto di essermi fatta sfuggire dalle mani una persona tanto preziosa. Terminai comunque il mio viaggio esplorando svariati paesi e città: Riohacha, Uribia, Cabo de la vela, Punta Gallina, Barranquilla e Puerto Colombia. Quì mi imbattei in una famiglia di artisti che mi trovò tra le vie nascoste di una collina dove stavo camminando con sete d’avventura e 25kg di zaino. Stanca giunsi nei pressi di una piccola casetta e fu amore a prima vista: trascorsi con Lucien et Luis 4 meravigliosi giorni fatti di un amore speciale, vero e profondo. Per questo non smetterò mai di ringraziare la vita che continua a darmi l’opportunità di realizzare quanto amore gratis esista nel mondo. Tra lunghe chiacchierate e atelier d’arte, anche questa volta il tempo passò veloce e arrivò il momento dei saluti.

“Ogni viaggiatore deve avere un cuore grande perché’ ne lascia un pezzo in ogni posto che visita”

Mai frase fu più veritiera, ed anche questa volta proseguii il mio cammino con un pezzo in più di cuore occupato. Questa volta da Puerto Colombia mi diressi verso Cartagena con un obiettivo preciso: attraversare il canale che separa la Colombia e Panama via mare. Carica di ottimismo e sprovvista di informazioni, credevo sarei facilmente riuscita a trovare una barca che mi avrebbe trasportata verso Panama. Mi sbagliavo! Da qui iniziò un’avventura lunghissima tanto inaspettata quanto divertente Attualmente da Cartagena (che è una città assolutamente meravigliosa e che consiglio a tutti di vedere), non esiste nessun tipo di Ferry o di imbarcazione che trasporta le persone da uno stato all’altro. Partono solo crociere turistiche che impiegano circa una settimana di navigazione fatta da svariate tappe e uno stipendio intero da pagare. Tentai così di convincere vari capitani a farmi lavorare a bordo della loro imbarcazione per poter pagare la tratta che mi interessava, ma senza risultati. Capii quindi che dovevo trovare un alternativa e mi diressi in autostop verso Necoclì dove alcune persone mi consigliarono di andare. Mi ci vollero due giorni di viaggio per raggiungere questa cittadina dove fui costretta a passare la notte per prendere, la mattina seguente, un’altra barchetta diretta a Capurganà. A questo punto il mio viaggio mi sembrava aver preso una piega più  lungo del dovuto, ma non ero ancora cosciente del fatto che effettivamente era appena iniziato. Infatti una volta sbarcata a Capurganà, (un piccolo paese che si trova vicino al confine con Panama e che teoricamente doveva essere solo di passaggio) mi trovai bloccata sul posto per le due settimane successive in seguito a svariati problemi marittimi tra i quali si aggiunse anche uno sciopero lavorativo che bloccò l’ingresso e l’uscita di tutte le imbarcazioni.

“Il lato positivo e’ che ho potuto godere di questo tempo imprevisto purificando ulteriormente la mia anima grazie a questo popolo ricco di pregi e caratteristiche positive”

Inizialmente fui travolta da una serie di emozioni contrastanti: da un lato vi erano quelle positive in quanto mi trovai casualmente catapultata in un vero e proprio paradiso terreste bagnato dal mar dei Caraibi, dall’altro vi erano quelle negative in quanto mi sembrava che la storia della mia traversata (Colombia-Panama) stesse naufragando insieme ai miei sogni e non sapevo che fare. Cercavo di parlare con tutta le gente locale riorganizzando informazioni ma ogni persona mi dava una versione diversa quindi mi sentivo abbastanza scoraggiata. Poi fortunatamente incontrai Marco, un’altra persona formidabile che fece del mio tempo a Capurganà un vero e proprio tesoro. Si tratta di un uomo toscano, sulla quarantina, che una quindicina di anni fa decise che non avrebbe più voluto lasciare questa isola di felicità quindi ci costruì un ristorante chiamato “Il Cavatappi” che è sicuramente ben riuscito: estetica a parte, in cinque anni di viaggi non ho mai trovato una pizza all’Estero tanto buona quanto la sua. Con Marco mi sentì subito a casa, quindi decisi di prendere qualche giorno in più per riflettere. Capì che una volta giunti a Capurganà esistono svariati, e confusi modi, per raggiungere Panama e tutti partono da Puerto Obaldia, un posto dimenticato da dio che si trova a circa 40minuti di distanza via mare. Aspettai quindi il termine dello sciopero aiutando Marco al ristorante e trascorrendo due settimane indimenticabili.

Sarebbe riduttivo descrivere a parole il senso di gratitudine che fa scoppiare il mio cuore ogni volta che lasciando un posto penso alla quantità di bene che le persone incontrate mi hanno inspiegabilmente riservato”

Credo che non potrei mai rinunciare a questa sensazione. Arrivata a Puerto Obaldia, primo villaggio ufficiale di Panama, capii che la mia avventura era giunta ad un vicolo cieco perché da questo posto non ci si può muovere tanto facilmente come lo si potrebbe pensare. Incontrai per esempio una ragazza che si stava dirigendo verso la Jamaica e che era ferma sul posto da circa tre settimane. Le opzioni sono svariate e tutte caratterizzate da una imprevedibilità costante. Si può prendere un piccolo aereo che parte sporadicamente (bisogna riservarlo con largo anticipo), o si può prendere una barchetta (con partenza e arrivo imprecisato), altrimenti si può aspettare che passi una barca merci e pregare il capitano di farsi trasportare lungo la tratta. In ultima opzione c’è anche la possibilità di inoltrarsi in un cammino incerto di circa una settimana lungo la selva, dal quale però se ne esce vivi quasi per miracolo…Trascorsi la notte nella mia amaca e tra un pensiero e l’altro presi la mia decisione. Il giorno seguente sarebbe stato quello di svolta, volevo e dovevo raggiungere Panama…

 

…Se sei curioso di sapere come sono arrivata da Puerto Obaldia a Panama leggi il mio prossimo articolo nella sezione “ diario di viaggio” e segui le mie avventure.

2 commenti su “RIEPILOGO DI VIAGGIO: L’incontro con José e l’avventura per giungere a Panama”

    1. RoselillyWanderlust

      Grazie Sandra, ti abbraccio forte!
      Spero che tramite le mie parole trapelino emozioni positive e tanta voglia di vivere alla grande!

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